domenica 10 febbraio 2013

Come il metadone per un drogato


13 ottobre 2007, ore 17,47

- ciao.
- ciao.
- vorrei parlare con te... di quello che è successo ieri. cercare di discuterne.
- non ti ho mai impedito di farlo.
- sei uscita da msn all'improvviso, ieri.
- quando vuoi comunichi anche in altro modo. non farmi dire ovvietà.
- è che prima voglio discutere con te, adesso.
- mi domando per quale motivo tu non l'abbia fatto per telefono, ad esempio. è per questo che ti dico: non dire ovvietà.
- sinceramente, ora, ho 48 centesimi nel telefono. Devo comprare la ricarica. avrei voluto telefonarti più che mandare un sms. ma ora sono qui, e vorrei parlarne in modo tranquillo, spero.
- mi sopravvaluti.
- cioè, dici che non possiamo parlarne in modo tranquillo?
- di cosa dovremmo parlare in modo tranquillo?
- di noi.
- non c'è nessun noi. ci sei tu e ci sono io. finché continuiamo a confondere le cose non si capirà mai niente.
- ok, non confondiamo allora. ma volevo dirti... cioè, tu mi hai detto "mi sento un accessorio", ed io ti voglio chiedere: ma cosa dovrei (potrei) fare di più? io davvero cerco di starti accanto, perché mi fa piacere, perché mi trovo bene con te...
- forse semplicemente volermi bene. ma questo non dipende da te.
- io ti voglio bene.
- no. questo è chiaro. ed è stato davvero imperdonabile, credimi, da parte tua, farmelo credere. cazzo, tu dici di parlarne in modo tranquillo, ma sono solo di un mese fa le tue parole, le risento ancora distintamente: "fidati", "io non sono come loro", e altre menate del genere. questo, Alessandro, sapendo tutto quello che c'era a monte nella mia vita, è assolutamente imperdonabile.
- ma COSA ho fatto che ti ha dimostrato il contrario? dimmelo. Cosa ho fatto? dimmi i fatti, per favore.
- non conta quello che fai, ma quello che sei e senti. credo che l'equivoco di fondo stia nell'avere pensato che tu possa capirmi e sentire come sento io.
- mi spieghi come puoi pretendere di sapere cosa sento io?
- tu non senti come sento io, questo è pacifico.
- ma in base a cosa dici questo?
- ora devo riprendermi: proprio nel senso letterale di ri-prendermi, riprendere me stessa.
- in base a cosa puoi dire queste cose? sei me per caso? sei dentro di me?
- in base a tutto quello che dici, fai, trasmetti. lasciami tempo: devo recuperare me stessa non so bene dove. e poi forse - e dico forse - potrò vederti per quello che sei.
- ieri ho detto che sarei uscito con amici, e tu hai cominciato a fare la delusa. Come se ti trascurassi per il fatto che esco una sera... ma cavoli, era solo un'uscita.
- non giochiamo a non capirci, Alessandro: davvero, non sei così superficiale come vuoi sembrare adesso. non ti conosco bene, questo è chiaro, ma so che è così.
- sei tu che ieri hai detto che io sono superficiale come tutti gli altri... ora non è che sono profondo da un giorno all'altro.
- ti credevo profondo in effetti. ma è stato un effetto momentaneo e passeggero.
- in base a cosa sono diventato uno stronzo?
- non ho detto uno stronzo: non mettermi in bocca cose che non ho detto.
- ok, superficiale. in base a cosa sono diventato superficiale? anzi, lo sono sempre stato, a questo punto. in base a cosa? in base a cosa avrei dovuto ingannarti?
- più che superficiale, Alessandro.
- io non inganno proprio nessuno.
- lo sai meglio di me: sei uno che non lascia scendere in profondità i sentimenti, e questo da sempre. diciamo che, per un brevissimo lasso di tempo, quella barriera è stata un po' scossa, ma non abbattuta di certo. Questo ti differenzia in modo drammatico da me. ti rende proprio incompatibile.
- io non capisco...
- strano.
- io non è che prima fingevo ed ora mi sono stufato di fingere. io non ho MAI finto con te. ecco tutto.
- sì, è quello che ho detto infatti: per un breve periodo effettivamente la barriera della tua apatia è stata scossa. non fingevi, lo so.
- non ho mai finto con te. nemmeno ora.
- infatti non fingi: sei tornato com'eri.
- ma cavoli, perché devi dire così? se non me ne fregasse niente sarei già scappato, non mi sarei più fatto sentire, niente, né su internet né altrove.
- non ti sei fatto sentire infatti, da ieri sera.
- perché ero arrabbiato.
- non sto dicendo che non te ne frega proprio niente, Alessandro. in fondo mi conosci da un bel po'. c'era un rapporto anche prima.
- nemmeno tu ti sei fatta sentire. cos'è? Sono sempre io quello dalla parte del torto? cavoli...
- Alessandro, io mi sono limitata a stare male per i cazzi miei.
- non metti mai da parte l'orgoglio, tu.
- non è orgoglio: è volontà ferma e precisa di rispettare le scelte altrui.
- e io invece, scusa? perché mi dici "eh non ti sei fatto sentire in effetti..." beh nemmeno tu. nessuna scelta da parte mia. io speravo che magari mi scrivessi per prima tu, che ne so... che magari potevamo parlarne...
- io rispetto le scelte degli altri.
- e io no? solo tu rispetti, ok.
- Le rispetto anche quando questo mi fa star male.
- ma solo tu rispetti e solo tu stai male?
- non so che dirti.
- secondo me dovresti magari mettere in dubbio un pochino il fatto che tu possa sapere o no come è una tale persona fino in fondo. ecco tutto.
- ma certo. infatti l'errore è stato quello di pensare di conoscerti. ora mi è chiaro che non è così, e devo riformattare tutto.
- io intendevo dire che tu ora dici che non ti voglio bene in base a quello che senti tu. cioè, ma io cosa ci sono a fare? sembra che tanto le conclusioni te le tiri da sola.
- no, calma: in base a quello che mi trasmetti tu, non in base a quello che sento io.
- ma guarda che io... cioè, a me fa piacere sentirti, raccontarti cose, e ascoltare le tue, cosa hai fatto... trovarsi e mangiare on-line, o dormire mentre correggi i compiti... e poi mi risvegli.
- benissimo; ma questo non c'entra gran che col voler bene.
- ma tu come puoi dire che io non ti voglio bene? io di fatto, ti voglio bene.
- abbiamo un concetto diverso del voler bene. e purtroppo avere a che fare con te personalmente mi ha confuso le idee, perché tu di persona trasmetti tutt'altro. Mi sento molto spesso in sintonia, vera sintonia, e invece non è così.
- ma l'Alessandro che c'è di persona, e quello on-line, sono la stessa persona.
- sono diversi. o forse non sono diversi, ma di persona mi confondi le idee.
- ma guarda che io non sono davvero in grado di fingere, men che meno di persona. proprio non ci riesco. sono me stesso: quando non so cosa dire non dico niente, non cerco di parlare a vanvera.
- non dico mica che di persona fingi: dico che sento cose che probabilmente non ci sono, sono nella mia testa.
- Chiara, ma quello che tu vedi in me c'è davvero. cioè... non sono nella tua testa. altrimenti potresti trovare quelle cose anche in un'altra persona qualsiasi. e se è così, cazzo, allora avevo ragione io. ma alla fine ero convinto che non fosse così.
- non le trovo in un'altra persona qualsiasi. Non le trovo in nessun altro.
- ok. quindi, tenendo conto che io non sono un attore, magari c'è una minima possibilità che io sia un po' davvero così, no?
- forse un po'. ma è indispensabile per la mia salute che io non ci pensi più. mi sto autodistruggendo, e in questo modo a cosa servo? io dovrei fare qualcosa per chi mi circonda: non posso proprio permettermi di essere un peso inerte.
- ok Chiara. l'ho capito. io voglio contribuire a darti un equilibrio, ecco.
- ma non ci puoi riuscire, Alessandro. davvero, ti ringrazio, ma non ci puoi riuscire.
- perché?
- perché sei la principale causa del mio squilibrio!
- ma io sono solo me stesso: non ho secondi fini, non voglio distruggerti.
- non è che, siccome non lo vuoi, mi fai meno male.
- ok, ma quando ad esempio ti faccio compagnia se correggi i compiti, o parliamo tranquillamente, quelle cose non contribuiscono a farti stare un po' meglio? un pochino dico.
- come il metadone per un drogato.
- ma scusa eh, mi stai dicendo che devo andarene e non farmi più sentire?
- ti sto dicendo che il giorno in cui mi sentirò una tranquilla pseudo-mammina, nei tuoi confronti, potrai essere, dire e fare quello che vuoi. questo ti sto dicendo.
- ed è una cosa negativa o positiva, quella di poterti sentire una pseudo-mammina per me? cioè, non è quello che davvero vuoi.
- sarebbe positiva, se io ci riuscissi. lo sarebbe molto.
- è quello che sai che dovrebbe essere. ecco perché mi sta piacendo tanto seguire filosofia morale... è come essere accuditi dalla materia in questioni che ti rodono ogni giorno... ma vabbè. comunque, Chiara, ora davvero non so più cosa dire o fare, ed ho timore di fare più casino di prima.
- Alessandro, scusa un po', ma secondo te ci sono rapporti come tra madre e figlio fra di noi? no, dimmi tu. questo non è difficile.
- il fatto è che quando ad esempio facevo sesso con te, non ti consideravo di certo come una madre.
- ecco, vedi. allora mi spieghi per quale motivo io dovrei sentirti come mio figlio?
- perché tu concepisci l'amore per un figlio fino all'estremo.
- ah no, ti sbagli: non fino a quel punto! sarei una malata di mente.
- e allora dimmelo tu.
- io, Alessandro, ora non ti sento affatto come un figlio, appunto perché c'è di mezzo tutt'altro. la cosa è perfettamente reciproca: tu non mi sentivi come madre, e quindi io non ti sentivo come figlio.
- in certi momenti ti sentivo come madre...
- In quei momenti?
- ma non quando facevamo sesso.
- eh già, appunto.
- eh, ma è una cosa normale, no? altrimenti anche io sarei malato.
- no cazzo, non è normale per niente che abbiamo fatto sesso.
- e perché?
- Oltre a non essere normale, ci ha gettati in una confusione totale. soprattutto me, devo dire.
- se non è normale che noi due abbiamo fatto sesso, perché ci sentivamo di farlo?
- dimmelo tu, Alessandro.
- per me è stato normale averlo fatto. quindi sei tu che me lo devi dire.
- si fa sesso o perché se ne ha voglia, come degli animali, o per amore. sono i due unici moventi. non ce ne sono altri.
- ok, e tu mi sentivi come un animale durante il sesso?
- no, di solito no.
- eh ma allora come faccio a fare sesso in quel modo se non ti voglio bene? come faccio a trasmettetti un po' di amore se non ti voglio bene? avrei dovuto trasmetterti cose da animale se pensi che non ti voglia bene.
- è proprio questo il guaio, Alessandro. mi hai trasmesso cose molto belle, e adesso devo dimenticarle. ho bisogno di tempo, tanto tempo, e di molto esercizio.
- ok, ma rispondi alla mia domanda, ti prego.
- forse allora me ne volevi. forse mi volevi bene. ma che cazzo cambia?
- cambia tutto, perché anche ora ti voglio bene.
- stiamo impazzendo entrambi. io decisamente più di te. e questo voler bene è malato.
- siamo malati?
- io sì. tu forse di meno. e sei giovane e maschio, e quindi hai molte più possibilità di guarire in fretta.
- ma sai cosa? è che a me non frega proprio un cazzo se una persona è malata o no. io la vedo per come è, e se le voglio bene... cioè... il voler bene non è forse l'unica cosa che conta davvero?
- voler bene, Alessandro, significa letteralmente: "volere IL bene" dell'altro, e ovviamente anche il proprio, che devono finire per coincidere. Ora, io mi rendo conto di essere lontanissima da questo, ed è anche per questo che sto lontana da te, come oggi. non è positivo per te avere a che fare con una persona malata, e io faccio molta, molta fatica a vivere anche solo la mia quotidianità, e mi odio per questo. oggi mi sono odiata tutto il giorno per il mio star male.
- ma guarda che io lo capisco benissimo. è forse l'unica cosa che davvero capisco fino in fondo, cazzo. ho capito cosa vuoi dire, lo so, lo so stra-bene cosa significhi: ma tu NON sei malata: sei alla ricerca di affetto come tutti gli altri, è solo che in più hai qualche brutto episodio alle spalle. ma questo non significa che sei malata.
- ma ne ho, ne ho di affetto: basta che io mi guardi intorno e impari a darne. e invece oggi facevo fatica perfino a sopportare la Lupina, povera bestia. che persona schifosa che sono.
- ma no, dai... è che eri particolarmente giù di morale, cacchio, è per quello.
- e tutto il resto? perché non so vivere per quello? non conta niente? che cazzo di egoista sono?
- aspetta, non ho capito.
- dico che se non so vivere delle cose che ho, ed essere felice di quelle (cosa che considero un dovere), faccio proprio schifo.
- assolutamente no: come te in tantissimi si sentono così. sentono che sia un dovere presentarsi a fare le cose quotidiane: cene, pranzi, cazzate varie, burocrazie familiari.
- non dico le cazzate, dico le PERSONE. e anche gli animali. gli affetti in genere.
- ma le persone cosa stanno facendo per te, ora? dico anche solo un gesto stupido, semplice.
- moltissimo, a cominciare dal fatto di esistere.
- cazzate. la mia famiglia esiste, ma mica me la sono scelta. è tutta una casualità. loro sono felici se IO esisto. se ESISTO, punto. se ci sono.
- Infatti è molto importante.
- son cazzate... potrebbe venire un robot simile a me, umanoide, e non se ne accorgerebbero. perché tanto non mi conoscono. sono solo quello che si siede a tavola a pranzo e a cena.
- devi cercare di amarli anche così, a meno che non ti facciano del male. ora, Alessandro, credo proprio di dover andare a dare una mano a Francesco con le bestie, perché lo lascio sempre solo a fare queste cose. e credimi, questo non è rispetto, e non è affetto. mentre tutti meritano affetto, e specialmente chi ci sta vicino.
- allora vai ad aiutarlo e stagli accanto: lo capisco. ma tu NON puoi essere quello che gli altri vogliono che tu sia, un giocattolo rotto da aggiustare in modo che li diverta. ma ok, lo capisco.
- questo lo so, Alessandro.
- bisogna avere rispetto, l'ho capito. è giusto che tu ora vada ad aiutare Francesco, lo so, lo capisco. il fatto è che ci sono delle cose stratificate sotto la cazzo di quotidianità, sotto la "normalità", che quando ti accorgi per un secondo di percepirle vorresti morire all'istante.
- sì, lo so. lo so bene.
- ma questo forse è un altro discorso. e comunque non sarebbe giusto morire. lo so che tu lo sai, tu lo sai benissimo, almeno quanto me; questa è la cosa che davvero ci lega, l'ho sempre saputo: il vedere quell'"altro" stratificato nelle apparenti cavolate, vedere l'abisso nella cazzata quotidiana. comunque non sarebbe giusto morire: sarebbe da vigliacchi. preferisco stare qui fino alla fine, e vedere di cavarne fuori qualcosa, fino a quando ce la posso fare.
- sono d'accordo con te.
- distraendomi un po' però, altrimenti ventiquattro ore al giorno non ce la farei. ora devi andare, altrimenti finisce tutto lui, no?
- sì. a me comunque fa piacere se mi scrivi dei messaggi ogni tanto, perché almeno non mi preoccupo. Anche solo la storia di Topodoro...
- ok. a me fa piacere scrivere la favole che finiscono male.
- Almeno l'ansia vorrei evitarmela: l'ansia mi distrugge letteralmente.
- lo so. io oggi ero lì lì per scriverti un sms dopo la partita (che abbiamo perso 4-0)...
- ma non l'hai fatto.
- non l'ho fatto perché non sapevo cosa dire, in quel poco spazio. appena sono tornato ti ho contattato, o ti avrei scritto un mp con più spazio.
- per esempio potevi scrivere "ciao".
- è che non sapevo proprio che senso dare a quel "ciao", visto che ieri avevamo discusso ed era finita male.
- Il senso di farmi sapere che c'eri e che stavi bene. punto.
- te l'ho detto: ero un po' arrabbiato. ho pensato, cercato di capire.
- Ora vado, sento Francesco in cucina.
- ok. allora ci sentiamo.
- sì, scrivimi se ne hai voglia. e scrivi magari sul forum, se ti va, giusto perché non ci diano per morti o dispersi in strana concomitanza.
- Sì sì. Ogni tanto cerco di creare una discussione, ma nessuno le caga... dai, ci provo ancora.
- va bene. buona serata.
- anche a te. ciau Dafne.
- ciao, topodoro.

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