5 ottobre 2007
"Chiaraaaaa..."
Pronunciava
male il mio nome, mangiandosi un po' la erre e strascicando la a finale, con
una buffa cantilena.
Lo ripeteva più
volte, senza aggiungere altro.
Non ho mai
capito cosa intendesse dire.
Di solito,
quando diceva così, la sua fronte si corrugava e lui si rifugiava con la testa sul
mio petto o sul mio ventre, cullandosi e cullandomi a lungo.
Non ho mai
provato una simile dolcezza in tutta la mia vita.
Quello che
non posso perdonarmi è di avere distrutto quell'innocenza. C'era in lui il
candore perfetto di un bambino di due anni, la luce che gli brillava negli
occhi era la stessa. Se non fosse stato così non sarebbe accaduto nulla, io sono
stata accecata da quella luce.
Ora, non so
perché, è di nuovo qui, penso non per molto, e lo tengo fra le braccia.
Assecondo i suoi desideri.
Mi guarda
fisso negli occhi prima e durante. Mi accorgo che il suo leggero strabismo è
incredibilmente sensuale, lo assecondo, affascinata. Lo seguo in questo suo
nuovo percorso, lo guardo crescere.
Ma c'è un
infinito dolore al di sotto, perché questi occhi
hanno perso quella luce ed è colpa mia, non so come. Io sono piena di colpe,
mio Dio, l'unica cosa che posso fare è non pensarci, non pensare affatto. Mi
sono dissociata anch'io da me stessa, che altro potevo fare?
Guardo questa
me stessa che lo guarda fisso negli occhi, la vedo compiere
gesti strani, sempre i soliti ma così strani, lui chi è?
Dov'è finito il mio
bambino?
Il dolore è
forte e lui è lontano anche quando si lascia andare su di me soffocando tutti i
segni del piacere. Non vuole condividerli con me, anche questo è nuovo.
Però è qui,
gli assomiglia un po', ha il suo stesso odore, e quindi per adesso lo terrò fra le
braccia.
Fra poco partirà e siamo in macchina. E' buio. Si stringe a me.
Sono strani i
suoi baci: inizia il bacio a fior di labbra e lo sospende, si tira indietro,
resta fermo in attesa. Inseguo le sue labbra, si tira ancora indietro. Arretro
anch'io, non capisco, lui mi cerca di nuovo ma subito interrompe il bacio.
Non so cosa
pensare, perciò non penso.
Non so cosa sta succedendo, nulla di buono immagino, ma voglio dargli
ancora qualcosa, voglio lasciargli qualcosa. Oppone resistenza, gli chiedo se
vuole smettere. Scuote la testa ad occhi chiusi. Compie un gesto improvviso,
tipicamente maschile. Sento un dolore profondo.
Non posso essere diventata questo per lui. Gli dico di no. Sto male.
Sto fingendo
anch'io: non c'è più sincerità fra di noi, l'innocenza è svanita. Ma se non
c'è altro va bene così, va bene anche così, per quel poco che resta.
Sento che la
sua pelle scotta, ha qualche linea di febbre. Bacio la sua
guancia caldissima e prima ancora di rendermene conto sento che lo chiamo amore. Ho sempre saputo che avrei potuto chiamare così solo un figlio. Mi mordo la lingua, ma è troppo tardi.
Avevo giurato
a me stessa di non farlo, non l'ho mai fatto nemmeno prima, farlo adesso che
senso ha. Ma ormai l'ho detto, so che lui l'ha sentito, anche se non reagisce
in nessun modo. Però si abbandona, reprime ancora le sue sensazioni ma lo sento tremare tutto convulsamente.
Il dolore è
forte, non so chi è ma gli assomiglia un po'. Lo tengo con me finché vorrà
restare.
"Chiaraaaaa..."
Mi volto.
Lui è ancora
lì, seduto sul ciglio erboso della strada, e mi tende la mano sorridendo. Mi
appoggia la testa sulla spalla e mugugna al mio orecchio il tipico
suono dei cuccioli appena nati.
Io spero che, se c'è un Dio, mi perdoni.
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