13 ottobre
2007, ore 17,47
- ciao.
- ciao.
- vorrei
parlare con te... di quello che è successo ieri. cercare di discuterne.
- non ti ho mai
impedito di farlo.
- sei uscita da
msn all'improvviso, ieri.
- quando vuoi
comunichi anche in altro modo. non
farmi dire ovvietà.
- è che prima
voglio discutere con te, adesso.
- mi domando
per quale motivo tu non l'abbia fatto per telefono, ad esempio. è per questo che ti dico: non dire ovvietà.
- sinceramente,
ora, ho 48 centesimi nel telefono. Devo comprare la ricarica. avrei voluto telefonarti più che
mandare un sms. ma ora sono qui, e vorrei parlarne in modo tranquillo,
spero.
- mi
sopravvaluti.
- cioè, dici
che non possiamo parlarne in modo tranquillo?
- di cosa dovremmo
parlare in modo tranquillo?
- di noi.
- non c'è
nessun noi. ci sei tu e ci sono
io. finché continuiamo a
confondere le cose non si capirà mai niente.
- ok, non
confondiamo allora. ma volevo
dirti... cioè, tu mi hai detto
"mi sento un accessorio", ed io ti voglio chiedere: ma cosa dovrei
(potrei) fare di più? io davvero
cerco di starti accanto, perché mi fa piacere, perché mi trovo bene con te...
- forse
semplicemente volermi bene. ma
questo non dipende da te.
- io ti voglio
bene.
- no. questo è chiaro. ed è stato davvero imperdonabile,
credimi, da parte tua, farmelo credere.
cazzo, tu dici di parlarne in modo tranquillo, ma sono solo di un mese
fa le tue parole, le risento ancora distintamente: "fidati",
"io non sono come loro", e altre menate del genere. questo, Alessandro, sapendo tutto
quello che c'era a monte nella mia vita, è assolutamente imperdonabile.
- ma COSA ho
fatto che ti ha dimostrato il contrario?
dimmelo. Cosa ho fatto? dimmi
i fatti, per favore.
- non conta
quello che fai, ma quello che sei e senti. credo
che l'equivoco di fondo stia nell'avere pensato che tu possa capirmi e sentire
come sento io.
- mi spieghi
come puoi pretendere di sapere cosa sento io?
- tu non
senti come sento io, questo è pacifico.
- ma in base a
cosa dici questo?
- ora devo
riprendermi: proprio nel senso letterale di ri-prendermi, riprendere me stessa.
- in base a
cosa puoi dire queste cose? sei
me per caso? sei dentro di me?
- in base a
tutto quello che dici, fai, trasmetti. lasciami
tempo: devo recuperare me stessa non so bene dove. e poi forse - e dico forse -
potrò vederti per quello che sei.
- ieri ho detto
che sarei uscito con amici, e tu hai cominciato a fare la delusa. Come se ti
trascurassi per il fatto che esco una sera... ma cavoli, era solo un'uscita.
- non giochiamo
a non capirci, Alessandro: davvero, non sei così superficiale come vuoi
sembrare adesso. non ti conosco
bene, questo è chiaro, ma so che è così.
- sei tu che
ieri hai detto che io sono superficiale come tutti gli altri... ora non è che sono profondo da un
giorno all'altro.
- ti credevo
profondo in effetti. ma è stato
un effetto momentaneo e passeggero.
- in base a
cosa sono diventato uno stronzo?
- non ho detto
uno stronzo: non mettermi in bocca cose che non ho detto.
- ok,
superficiale. in base a cosa sono
diventato superficiale? anzi, lo
sono sempre stato, a questo punto. in
base a cosa? in base a cosa avrei
dovuto ingannarti?
- più che
superficiale, Alessandro.
- io non
inganno proprio nessuno.
- lo sai meglio
di me: sei uno che non lascia scendere in profondità i sentimenti, e questo da
sempre. diciamo che, per un
brevissimo lasso di tempo, quella barriera è stata un po' scossa, ma non
abbattuta di certo. Questo ti
differenzia in modo drammatico da me. ti
rende proprio incompatibile.
- io non
capisco...
- strano.
- io non è che
prima fingevo ed ora mi sono stufato di fingere. io non ho MAI finto con te.
ecco tutto.
- sì, è quello
che ho detto infatti: per un breve periodo effettivamente la barriera della tua
apatia è stata scossa. non
fingevi, lo so.
- non ho mai
finto con te. nemmeno ora.
- infatti non
fingi: sei tornato com'eri.
- ma cavoli,
perché devi dire così? se non me
ne fregasse niente sarei già scappato, non mi sarei più fatto sentire, niente,
né su internet né altrove.
- non ti sei
fatto sentire infatti, da ieri sera.
- perché ero arrabbiato.
- non sto
dicendo che non te ne frega proprio niente, Alessandro. in fondo mi conosci da un bel po'. c'era un rapporto anche prima.
- nemmeno tu ti
sei fatta sentire. cos'è? Sono
sempre io quello dalla parte del torto?
cavoli...
- Alessandro,
io mi sono limitata a stare male per i cazzi miei.
- non metti mai
da parte l'orgoglio, tu.
- non è
orgoglio: è volontà ferma e precisa di
rispettare le scelte altrui.
- e io invece,
scusa? perché mi dici "eh
non ti sei fatto sentire in effetti..."
beh nemmeno tu. nessuna
scelta da parte mia. io speravo
che magari mi scrivessi per prima tu, che ne so... che magari potevamo parlarne...
- io rispetto
le scelte degli altri.
- e io no? solo tu rispetti, ok.
- Le rispetto
anche quando questo mi fa star male.
- ma solo tu
rispetti e solo tu stai male?
- non so che
dirti.
- secondo me
dovresti magari mettere in dubbio un pochino il fatto che tu possa sapere o no
come è una tale persona fino in fondo. ecco
tutto.
- ma certo. infatti l'errore è stato quello di
pensare di conoscerti. ora mi è
chiaro che non è così, e devo riformattare tutto.
- io intendevo
dire che tu ora dici che non ti voglio bene in base a quello che
senti tu. cioè, ma io cosa
ci sono a fare? sembra che tanto
le conclusioni te le tiri da sola.
- no, calma: in
base a quello che mi trasmetti tu, non in base a quello che sento io.
- ma guarda che
io... cioè, a me fa piacere
sentirti, raccontarti cose, e ascoltare le tue, cosa hai fatto... trovarsi e mangiare on-line, o dormire
mentre correggi i compiti... e
poi mi risvegli.
- benissimo; ma
questo non c'entra gran che col voler bene.
- ma tu come
puoi dire che io non ti voglio bene? io
di fatto, ti voglio bene.
- abbiamo un
concetto diverso del voler bene. e
purtroppo avere a che fare con te personalmente mi ha confuso le idee, perché
tu di persona trasmetti tutt'altro. Mi sento molto spesso in sintonia, vera
sintonia, e invece non è così.
- ma
l'Alessandro che c'è di persona, e quello on-line, sono la stessa persona.
- sono diversi. o forse non sono diversi, ma di
persona mi confondi le idee.
- ma guarda che
io non sono davvero in grado di fingere, men che meno di persona. proprio non ci riesco. sono me stesso: quando non so cosa
dire non dico niente, non cerco di parlare a vanvera.
- non dico mica
che di persona fingi: dico che
sento cose che probabilmente non ci sono, sono nella mia testa.
- Chiara, ma
quello che tu vedi in me c'è davvero. cioè... non sono nella tua testa. altrimenti potresti trovare quelle cose
anche in un'altra persona qualsiasi. e
se è così, cazzo, allora avevo ragione io.
ma alla fine ero convinto che non fosse così.
- non le trovo
in un'altra persona qualsiasi. Non le trovo in nessun altro.
- ok. quindi, tenendo conto che io non sono
un attore, magari c'è una minima possibilità che io sia un po' davvero così,
no?
- forse un po'. ma è indispensabile per la mia salute
che io non ci pensi più. mi sto
autodistruggendo, e in questo modo a cosa servo? io dovrei fare qualcosa per chi mi circonda: non posso
proprio permettermi di essere un peso inerte.
- ok Chiara. l'ho capito. io voglio contribuire a darti un equilibrio, ecco.
- ma non ci
puoi riuscire, Alessandro. davvero,
ti ringrazio, ma non ci puoi riuscire.
- perché?
- perché sei la
principale causa del mio squilibrio!
- ma io sono
solo me stesso: non ho secondi fini, non voglio distruggerti.
- non è che,
siccome non lo vuoi, mi fai meno male.
- ok, ma quando
ad esempio ti faccio compagnia se correggi i compiti, o parliamo
tranquillamente, quelle cose non contribuiscono a farti stare un po' meglio? un pochino dico.
- come il
metadone per un drogato.
- ma scusa eh,
mi stai dicendo che devo andarene e non farmi più sentire?
- ti sto
dicendo che il giorno in cui mi sentirò una tranquilla pseudo-mammina, nei tuoi
confronti, potrai essere, dire e fare quello che vuoi. questo ti sto dicendo.
- ed è una cosa
negativa o positiva, quella di poterti sentire una pseudo-mammina per me? cioè, non è quello che davvero vuoi.
- sarebbe
positiva, se io ci riuscissi. lo
sarebbe molto.
- è quello che
sai che dovrebbe essere. ecco
perché mi sta piacendo tanto seguire filosofia morale... è come essere accuditi dalla materia in questioni che ti
rodono ogni giorno... ma vabbè. comunque, Chiara, ora davvero non so più cosa dire o fare,
ed ho timore di fare più casino di prima.
- Alessandro,
scusa un po', ma secondo te ci sono rapporti come tra madre e figlio fra di
noi? no, dimmi tu. questo non è difficile.
- il fatto è
che quando ad esempio facevo sesso con te, non ti consideravo di certo come una
madre.
- ecco, vedi. allora mi spieghi per quale motivo io
dovrei sentirti come mio figlio?
- perché tu
concepisci l'amore per un figlio fino all'estremo.
- ah no, ti
sbagli: non fino a quel punto! sarei
una malata di mente.
- e allora
dimmelo tu.
- io,
Alessandro, ora non ti sento affatto come un figlio, appunto perché c'è di
mezzo tutt'altro. la cosa è
perfettamente reciproca: tu non mi sentivi come madre, e quindi io non ti
sentivo come figlio.
- in certi
momenti ti sentivo come madre...
- In quei
momenti?
- ma non quando
facevamo sesso.
- eh già,
appunto.
- eh, ma è una
cosa normale, no? altrimenti anche io sarei malato.
- no cazzo, non
è normale per niente che abbiamo fatto sesso.
- e perché?
- Oltre a non
essere normale, ci ha gettati in una confusione totale. soprattutto me, devo dire.
- se non è
normale che noi due abbiamo fatto sesso, perché ci sentivamo di farlo?
- dimmelo tu,
Alessandro.
- per me è
stato normale averlo fatto. quindi
sei tu che me lo devi dire.
- si fa sesso o
perché se ne ha voglia, come degli animali, o per amore. sono i due unici moventi.
non ce ne sono altri.
- ok, e tu mi
sentivi come un animale durante il sesso?
- no, di solito
no.
- eh ma allora
come faccio a fare sesso in quel modo se non ti voglio bene? come faccio a trasmettetti un po' di
amore se non ti voglio bene? avrei
dovuto trasmetterti cose da animale se
pensi che non ti voglia bene.
- è proprio
questo il guaio, Alessandro. mi
hai trasmesso cose molto belle, e adesso devo dimenticarle. ho bisogno di tempo, tanto
tempo, e di molto esercizio.
- ok, ma
rispondi alla mia domanda, ti prego.
- forse allora
me ne volevi. forse mi volevi
bene. ma che cazzo cambia?
- cambia tutto,
perché anche ora ti voglio bene.
- stiamo
impazzendo entrambi. io
decisamente più di te. e questo
voler bene è malato.
- siamo malati?
- io sì. tu forse di meno. e sei giovane e maschio, e quindi hai
molte più possibilità di guarire in fretta.
- ma sai cosa? è che a me non frega proprio un cazzo
se una persona è malata o no. io
la vedo per come è, e se le voglio bene...
cioè... il voler bene non
è forse l'unica cosa che conta davvero?
- voler bene, Alessandro, significa letteralmente:
"volere IL bene" dell'altro, e ovviamente anche il proprio, che
devono finire per coincidere. Ora,
io mi rendo conto di essere lontanissima da questo, ed è anche per questo che
sto lontana da te, come oggi. non
è positivo per te avere a che fare con una persona malata, e io faccio molta,
molta fatica a vivere anche solo la mia quotidianità, e mi odio per questo.
oggi mi sono odiata tutto il giorno per il mio star male.
- ma guarda che
io lo capisco benissimo. è forse
l'unica cosa che davvero capisco fino in fondo, cazzo. ho capito cosa vuoi dire, lo so, lo so stra-bene cosa
significhi: ma tu NON sei malata: sei alla ricerca di affetto come tutti gli
altri, è solo che in più hai qualche brutto episodio alle spalle. ma questo non significa che sei
malata.
- ma ne ho, ne
ho di affetto: basta che io mi guardi intorno e impari a darne. e invece oggi facevo fatica perfino a
sopportare la Lupina, povera bestia. che
persona schifosa che sono.
- ma no, dai... è che eri particolarmente giù di
morale, cacchio, è per quello.
- e tutto il
resto? perché non so vivere per
quello? non conta niente? che cazzo di egoista sono?
- aspetta, non
ho capito.
- dico che se
non so vivere delle cose che ho, ed essere felice di quelle (cosa che considero
un dovere), faccio proprio schifo.
- assolutamente
no: come te in tantissimi si sentono così.
sentono che sia un dovere presentarsi a fare le cose quotidiane: cene,
pranzi, cazzate varie, burocrazie familiari.
- non dico le
cazzate, dico le PERSONE. e anche
gli animali. gli affetti in
genere.
- ma le persone
cosa stanno facendo per te, ora? dico
anche solo un gesto stupido, semplice.
- moltissimo, a
cominciare dal fatto di esistere.
- cazzate. la mia famiglia esiste, ma mica me la
sono scelta. è tutta una
casualità. loro sono felici se IO
esisto. se ESISTO, punto. se ci sono.
- Infatti è
molto importante.
- son
cazzate... potrebbe venire un
robot simile a me, umanoide, e
non se ne accorgerebbero. perché
tanto non mi conoscono. sono solo
quello che si siede a tavola a pranzo e a cena.
- devi cercare
di amarli anche così, a meno che non ti facciano del male. ora, Alessandro, credo proprio di
dover andare a dare una mano a Francesco con le bestie, perché lo lascio sempre
solo a fare queste cose. e
credimi, questo non è rispetto, e non è affetto. mentre tutti meritano affetto, e specialmente chi ci sta
vicino.
- allora vai ad
aiutarlo e stagli accanto: lo capisco. ma
tu NON puoi essere quello che gli altri vogliono che tu sia, un giocattolo
rotto da aggiustare in modo che li diverta.
ma ok, lo capisco.
- questo lo so,
Alessandro.
- bisogna avere
rispetto, l'ho capito. è giusto
che tu ora vada ad aiutare Francesco, lo so, lo capisco. il fatto è che ci sono delle cose stratificate sotto la
cazzo di quotidianità, sotto la "normalità",
che quando ti accorgi per un secondo di percepirle vorresti morire all'istante.
- sì, lo so. lo so bene.
- ma questo
forse è un altro discorso. e
comunque non sarebbe giusto morire. lo
so che tu lo sai, tu lo sai benissimo, almeno quanto me; questa è la cosa che
davvero ci lega, l'ho sempre saputo: il vedere quell'"altro"
stratificato nelle apparenti cavolate, vedere l'abisso nella cazzata
quotidiana. comunque non sarebbe
giusto morire: sarebbe da vigliacchi. preferisco
stare qui fino alla fine, e vedere di cavarne fuori qualcosa, fino a quando ce
la posso fare.
- sono
d'accordo con te.
- distraendomi
un po' però, altrimenti ventiquattro ore al giorno non ce la farei. ora devi andare, altrimenti finisce
tutto lui, no?
- sì. a me comunque fa piacere se mi scrivi
dei messaggi ogni tanto, perché almeno non mi preoccupo. Anche solo la storia
di Topodoro...
- ok. a me fa piacere scrivere la favole che
finiscono male.
- Almeno
l'ansia vorrei evitarmela: l'ansia mi distrugge letteralmente.
- lo so. io oggi ero lì lì per scriverti un sms
dopo la partita (che abbiamo
perso 4-0)...
- ma non l'hai
fatto.
- non l'ho
fatto perché non sapevo cosa dire, in quel poco spazio. appena sono tornato ti ho contattato, o ti avrei scritto un
mp con più spazio.
- per esempio
potevi scrivere "ciao".
- è che non
sapevo proprio che senso dare a quel "ciao", visto che ieri avevamo
discusso ed era finita male.
- Il senso di
farmi sapere che c'eri e che stavi bene.
punto.
- te l'ho
detto: ero un po' arrabbiato. ho
pensato, cercato di capire.
- Ora vado,
sento Francesco in cucina.
- ok. allora ci sentiamo.
- sì, scrivimi
se ne hai voglia. e scrivi magari
sul forum, se ti va, giusto perché non ci diano per morti o dispersi in strana
concomitanza.
- Sì sì. Ogni tanto cerco di creare una
discussione, ma nessuno le caga... dai,
ci provo ancora.
- va bene. buona serata.
- anche a te. ciau Dafne.
- ciao, topodoro.