domenica 3 febbraio 2013

Io non me ne vado


26 settembre 2007, ore 2,10

- Eri tu a dire che il rapporto poteva rimanere vivo anche a distanza, Chiara.
- Dipende che rapporto.
- Ma allora dimmi una volta per tutte cosa vuoi fare.
- Mi adatto alla situazione e modifico i miei sentimenti di conseguenza.
- Sei ingiusta, a volte. Non capisci che tante cose non dipendono né da me né da te, e che trasferirmi vicino a te non sarebbe stata la soluzione.
- Perché ingiusta?
- Ingiusta perché mi accusi.
- Sto solo cercando di sopravvivere, Alessandro.
- Senti, se magari mi spieghi facciamo prima. Io faccio sempre di tutto per dimostrati qualcosa di buono. Ma tanto non importa, vero? I tuoi sentimenti si modificano di conseguenza.
- No, a me importa.
- Non ti importa. Non ti va bene niente.
- Mi importa; però tutto si è spostato su un piano diverso.
- Ma cosa dovrei fare, nel tuo mondo perfetto? Dovrei trasferirmi da te, con Francesco che mi accetta etc. etc.?
- Ascolta, lo so che non si può.
- Eh, appunto, lo sai. Però mi accusi. Di cosa poi?
- Sono una persona irrazionale. Quella che ti piace, no? Bianca. Be', quella persona è precisamente quella che non accetta la situazione. Ecco perché la detesto.
- Ok. Ma tu te la prendi con me.
- Io in quanto Chiara, persona conscia, so bene come stanno le cose e mi regolo di conseguenza. Però devo tarpare i miei sentimenti più profondi e più vivi. Ci riesco perché ho un lungo allenamento, ma non è più come prima, ecco tutto.
- Ma tu accusi me di cose stabilite da Dio! Senti, visto che questo ti fa male, evitiamo. Però, se le cose stanno così, se il destino è così, se certe cose sono di fatto così, come l'età e l'impossibilità di stare di fatto insieme, io non posso farci nulla. Ed è questo che mi fa incazzare. Ma cosa dovrei fare? Io non capisco. E non capisco nemmeno cosa ho fatto di sbagliato. Io cerco di starti accanto sempre. Stare insieme in quel senso è impossibile. Stare lì come figlio, nella quotidianità, in casa tua, con Francesco, è altrettanto impossibile...
- Lo so.
- Per il resto sto cercando di fare il possibile, devi credermi. M'impegno un sacco, ma proprio un sacco, perché non voglio perderti.
- Perdere cosa, Alessandro? È questo che non capisco. Noi non stiamo insieme.
- Perdere il contatto con te. Non sapere più dove sei, cosa fai, come stai. Ascoltarti, raccontarti, incontrarti, ridere.
- Quando ci incontriamo è un po' come se stessimo insieme; o almeno, ci comportiamo così.
- Sì.
- Ecco. E questo mi dissocia.
- Ma quando sono con te io sento di volerti abbracciare, baciare.
- E dopo? Che succede?
- Dopo quando?
- Dopo, tipo adesso. Cosa diventiamo? Cosa siamo?
- Siamo due che vorrebbero stare insieme ma non possono. Di fondo, soffriamo.
- Non è solo così: è peggio! È che dobbiamo fare in modo di andare ciascuno per la sua strada e di mandarci l'altro, in modo che si faccia la sua vita. Una cosa innaturale, una tremenda violenza su se stessi. Per questo sto cercando di cambiare, Alessandro.
- Quindi non potrò più nemmeno abbracciarti, perché tanto è inutile!?
- Non serve a niente: a me fa male e a te non fa bene.
- Ma quando siamo insieme, anche solo per mangiare un panino, un po' di bene ci fa.
- La paghiamo poi, e con gli interessi.
- Sì. Ma tanto io non me ne vado.
- Devi diventare una cosa diversa per me.
- Ok. Ma non me ne vado.
- Quest'ultima crisi di pseudo-maternità, così fuori luogo e fuori tempo, mi ha lasciata distrutta.
- Ma io non volevo.
- Questo lo so; però è successo, e non ho voluto dare ascolto al dolore che provavo. Anche perché c'eri tu, in quei giorni; però stavo davvero male, male anche con te, cosa che non mi era mai successa.
- Con me? Quando ad esempio?
- Sempre; ma particolarmene quando i tuoi atteggiamenti mi evocavano situazioni materne. Stavo proprio male, anche fisicamente.
- Ma allora, se qualsiasi cosa io faccia non va bene, dimmi cosa dovrei fare...
- Non è colpa tua, Alessandro. Infatti, anche se stavo male, ero contenta che tu ci fossi; solo che il mio corpo stava letteralmente scoppiando. Avevo male dappertutto, e sto ancora male... mi sento come se mi avessero bastonata, anche se sta un po' passando. Come si suol dire, le perdite e i lutti, anche immaginari, andrebbero elaborati, e io non l'ho fatto: ho rimosso il dolore. Così però è peggio. Ad ogni modo, mi è chiarissimo che tu non ne hai nessuna colpa.
- Il fatto è che io vorrei farti compagnia un po' sempre, sia su internet che di persona, quando vengo da te.
- L'ho capito, lo so. Tu sei dolce con me, fai anche troppo.
- Ma perché mi fa piacere, perché ci tengo, anche se non ci credi fino in fondo. Io non ti chiedo nulla di speciale: ti chiedo solo di accettarmi così come sono, così come hai sempre fatto, di volermi un po' di bene, come fai, e di stare un po' con te quando vengo.
- Questo è ciò che vuoi tu. Ma io cosa voglio?
- Quello è ciò che voglio io tenendo conto che l'impossibile non lo posso avere: quindi è quello che mi rimane di buono. Tu cosa vuoi?
- Credimi, non lo so più. Mi era chiaro fino a pochi giorni fa, ma non ero io a desiderare quelle cose: era l'altra.
- Volevi stare con me?
- Ti avevo sovrapposto al mio figlio immaginario: perciò di fatto eri sempre in/con me. Il che spiega, credo, anche la molla sessuale che è scattata in me.
- Ma devi sapere che io con nessun altro mi comporto in modo affettuoso.
- Lo so. Nemmeno io.
- E questo è strano per entrambi.
- Se è per questo, anche il sesso non m'interessa più da tempo, ed è a dir poco sorprendente che sia andata così con te.
- Capisco.
- Apprezzo comunque quello che fai. Sono contenta. È solo che sono di nuovo alla finestra: più che vivere, mi (e ti) guardo vivere. Quella sera davanti alla pizzeria, quando ti ho detto che finalmente non mi sentivo più alla finestra, intendevo dirti che mi sentivo di nuovo viva.
- Già. Ma adesso ti senti di nuovo al di fuori.
- Mi sento alla finestra, sì. Come prima.
- Eppure le cose sono rimaste così come erano, salvo imprevisti tipo il sesso.
- No, per me è cambiato tutto, e non credo per colpa del sesso.
- Per colpa di come mi comporto io ultimamente?
- No, non è colpa tua, te l'ho detto.
- Ok. Ma se pensi che qualcosa sia cambiato da parte mia, io dovrei saperlo.
- È che io mi sento inutile, Alex. Mi sento come un campo sterile: perfettamente inutile, senza futuro.
- Non sei inutile. Mi stai sempre accanto, e questo per me è utile.
- Se entro nella tua ottica, cosa che sto cercando di fare, allora la penso anch'io così; ma per farlo devo allontanarti dal mio intimo.
- Ma io non ti allontano dal mio, di intimo, nonostante eviti di chiamarti al cellulare e di piangere.
- Io devo invece: se no sto male. Devo proprio. Perché non posso permettermi di stare come sono stata ultimamente: ho una vita da mandare avanti, a parte te.
- Ma allora non potrò più venire a trovarti, perché qualsiasi cosa io faccia ti fa stare bene e poi di conseguenza male.
- L'ultima volta, direttamente male.
- Perfetto.
- Fingere sempre, Alessandro, prima o poi ti fa saltare in pezzi.
- Lo so.
- E già io fingo tutti i giorni. Ma fingere anche con te è dura.
- Con me non devi MAI fingere. Mai.
- Non potevo certo essere un mortorio per tre giorni mentre tu eri lì.
- Ma perché mi hai proposto di rimanere un giorno in più, allora?
- Perché ti voglio bene, Alessandro.
- Mi vuoi bene, ma ti fa stare male il mio atteggiamento da figlio quando ci vediamo, perché sai che tanto poi dovrò andarmene e che quindi è tutto inutile. E quindi preferiresti fare qualcosa di costruttivo, di concreto, che possa rimanere nel tempo. È così?
- Sì, è proprio così. Non fraintendermi: ero contenta di vederti, ma ho passato tre giorni a ripetermi che niente era mio, niente, niente di niente, e quindi metà di me era assente.
- Ma io sono tuo, in un certo senso: tu hai l'esclusiva di certi miei atteggiamenti e di certi gesti.
- Sì, è vero. Ma ormai eri fuori di me, non ti sentivo più dentro, non so come spiegarti. È così che ti avevo spiegato il perché di quella prima volta, ricordi?
- Sì. Fosse per me, Chiara, io farei sesso con te tutte le volte, ma poi tu stai malissimo... Anch'io poi a casa ci sto male, ma almeno è qualcosa: meglio che non sentire niente, nessun sentimento, meglio che castrarsi del tutto.
- Se io sento il sesso come tale, con te, mi spavento moltissimo.
- Ti spaventi di cosa? Guarda che non è una dipendenza, la mia. Non è che per me il sesso sia una cosa a parte, una cosa distante da quello che provo per te. Ed è per questo che ho cercato, cerco, di trattenermi dal farlo.
- È un problema mio, non tuo: il sesso con te è una metafora.
- Metafora di cosa? Dello stare insieme?
- Metafora di maternità. E sebbene questo sembri assurdo, non lo è nemmeno un po', anzi è bellissimo, e non ha nulla a che fare col sesso in senso stretto. Per questo mi stava bene. Ma poi quello è finito. E credimi, il sesso in quanto tale, che già non mi piace di per sé, mi sembra qualcosa di terribile riferito a te: è proprio come fare sesso con un figlio, capisci? Non va bene!
- Sì. Ma anche quando mi volevi dentro mi sentivi come un figlio, che doveva stare dentro.
- Esatto: è proprio lì la differenza. Ora sei fuori.
- Ma era sempre sesso con un "figlio".
- Non era sesso per me: nella mia paranoia, era un mezzo per riportarti dove avresti dovuto essere.
- Ok: ma questo può accadere ancora.
- No, ora è diverso, Alex: sono tornata in me, ho acquisito la piena coscienza che tu sei tu, sei un altro e sei fuori, e che perciò è proprio sesso quello che facciamo.
- Quindi chiunque altro, il Bellu tra tutti, sarebbe andato bene per interpretare la fottuta parte del figlio mancato. Perché io come io, come persona in quanto tale, non conto un cazzo!
- Mi chiedi una cosa che non posso sapere, Alex: di fatto ci sei stato solo tu. Quindi non lo so.
- Purtroppo credo sia così, e non credere che mi faccia piacere essere considerato un ideale, anziché una persona in quanto tale.
- E' inutile parlarne, Alessandro, perché adesso non è più così.
- Ok, ho capito: non vuoi spiegarmi un cazzo ma devo prenderne atto.
- Che c'è da spiegare? Semplicemente, ora ti considero per quello che sei.
- E quindi sei rimasta delusa. Mi consideri come la persona di merda che sono, e non come il tuo ideale che plasmavi a tuo piacimento.
- No, tutt'altro: sei una persona molto dolce, alla quale voglio bene, e nella quale fra l'altro credo.
- Tu vuoi bene al tuo ideale, riflettici sopra.
- No, credo di voler bene proprio a te.
- Io non sono un'idea astratta: io sono io! E non svegliarti all'improvviso a dirmi che tutto è cambiato solo perché ora mi vedi per come sono, perché questo è ingiusto!
- Ti ho sempre visto così.
- No. Tu mi vedevi come quello che non avevi, ma che si prestava bene ad esserlo: un buon candidato, un buon surrogato. Ma ora che ti sei accorta che non sono l'originale, tutto ti sembra cambiato, quando invece per me nulla è cambiato. Sei tu che cambi idea ogni cinque minuti!
- C'è solo una piccola parte di verità in quello che dici. Se io non ti avessi apprezzato come persona, non ti avrei nemmeno voluto come figlio. Sai quanti ce ne sono di adolescenti? Ma non m'interessano come figli. Però la cosa più delicata e difficile da ammettere in assoluto è un'altra...
- Quale?
- Il fatto che io non mi sento amata da nessuno. Non è una mia fisima: me ne rendo conto quotidianamente. Nessuno mi ama: mi valutano solo per quello che posso dare materialmente. Il "figlio", nella mia testa, era semplicemente, egoisticamente, quello che mi avrebbe amata davvero, per una volta in vita mia.
- Ed è così, infatti.
- Tu mi hai fatto sentire questo, Alessandro: tu e nessun altro. Ecco perché proprio te e solo te.
- Ma tu non pensi che io ti ami, in un certo senso: quindi non mentire a te stessa. Tu non lo pensi affatto. Tu pensi che io giochi in tutto questo, che ci sguazzi allegramente.
- No, non lo penso. Ma so che devi andartene.
- Chiara, non so quando, ma un giorno forse ci sarà più giustizia; o semplicemente capirai alcune cose per me importanti. Che esistono, e forse un giorno te le dimostrerò in qualche modo più concreto. Tutto questo non è solo nella mia testa: è reale. Forse un giorno capirai meglio, perché ora come ora io non conto più molto per te e stai ridimensionando tutto...
- Non è vero.
- Lo fai per non stare male, lo so. Però di fatto non è che a me faccia piacere. Se sdrammatizzo e ti racconto delle cose sceme, o ti faccio vedere la mia camera, non è perché mi sono rincoglionito tutto ad un tratto o perché voglia fare finta di niente, fare finta che vada tutto bene. Lo so che non va bene, che molto non va bene, ma è solo per farti sorridere un po', per sentirti accanto anche nelle cose quotidiane e stupide.
- Lo so, e te ne sono grata.
- Ma questo non vuol dire che io minimizzi tutto questo, che me ne freghi, che non capisca certe cose. Io le capisco, ma appunto, piangersi addosso non serve: me l'hai sempre insegnato. Stare male non serve. Che senso ha contattarti per fare il disperato? Io sto anche bene con te, e vorrei dimostrartelo appunto anche con quelle cose quotidiane che voglio condividere con te. Raccontarti. Tutto qui.
- Lo so. Adesso andiamo a nanna, che è tardissimo: abbiamo una tana metaforica in comune.
- Almeno quella non ce la può togliere nessuno. Amara soddisfazione.
- Bene, allora raggiungiamola.
- Ok. Buona notte, Bianca.
- Buona notte.

Nessun commento:

Posta un commento