sabato 16 marzo 2013

Il buco che mi riservi

5 febbraio 2008

- E' questo il buco che mi riservi? Lo spazio per una buona notte? Lo dico senza intenzione polemica, giusto per capire.
- Non è il caso ora di discutere, penso. Anche perché non so cosa dire. Ma quello che hai detto ora è un po' forzato...
- Non credi che dovresti essere onesto con me? Mentire non serve né a me né a te... a te poi meno ancora. Se la tua volontà è quella di togliermi ogni spazio, bene, devi ammetterlo. Almeno questo mi è proprio dovuto, Alessandro... almeno questo, visto che non ho più nient'altro. Io con te sono stata sincera sempre: credo di avere il diritto ad un trattamento analogo.
- Non so. Anche perché è passato un giorno... Non so un cazzo e non ho voglia di parlarne. Cazzo sto solo cercando di non rompere le palle a nessuno, minchia.
- Il tono che usi con me, arrogante e irritato, vale più di ogni discorso. Va bene, la tua scelta è chiara: però mi aspettavo che almeno la ammettessi. Non te lo dico con rabbia, ma con profondo dolore: non hai imparato ad essere sincero neppure con me. Non potevo fallire peggio di così. Io non ho fatto nulla che potesse meritare questo trattamento da te. Tutto è dipeso da altri, e da te, naturalmente. Io non posso fare altro che sparire.
- Ma cazzo! Cosa dovrei fare? Cioè, ora come ora non so cosa dire. E tu mi vieni a dire che ti lascio solo lo spazio della buonanotte. Ma cavoli, non so che dire e che fare. Cercavo di non rompere le palle a nessuno ecco.
- Non sei tu che rompi le scatole a me, sono io che le rompo a te. Ho messo la mia vita all'asta per te, adesso come puoi pensare di rompermi le scatole? Non ricordi più nulla? Non è passato così tanto tempo da non ricordare come mi comportavo, cos'eri per me. Ti prego di non attribuire a me sentimenti tuoi. Tienteli, non posso farci nulla. Ma sono i tuoi, Alessandro, non i miei: non fare confusioni di comodo. E' in te che è sparito tutto, devi imparare ad ammetterlo. Può non piacerti ammettere di essere così; magari ti fa sentire come tutti gli altri, un superficiale. Ma se è questa la verità, devi accettarla. Forse va meglio, per te, essere superficiale; forse è l'unica cosa che hai imparato da tutta questa storia, ed è comunque un bene; io invece non ho imparato nulla.
La sola cosa che so, adesso, è che sono un fastidio per te. E io non voglio esserlo.
- Non sei un fastidio. Ma non so cosa dire.
- Non sono neppure un fastidio, infatti, perché non sono più nulla.
- Non dire così. Non sei un peso. Non so cosa dire però... Mi sembra solo di fare casino, per questo sono scazzato e non prendo iniziative.
- Le tue sono pallide scuse, lo sai meglio di me. Qualsiasi cosa io ti proponga il risultato è lo stesso. E tu non controproponi niente. Non potevano crearti problemi le piccole cose quotidiane che ti proponevo... nessun tipo di problema. Non è questo. E' che non vuoi essere più nulla, io non sono più nulla.
- Ma io non voglio lasciarti sola. Però non so cosa fare. Mi sembra di camminare su un filo e di dover cercare di stare in equilibrio. E' come se fossi paralizzato. Forse non ho ancora analizzato bene cosa è successo. Non lo so. Non so come dovrebbe reagire una persona normale. Io sto solo cercando di non dare fastidio a nessuno, perché mi sento stanco e vorrei stare da solo a pensare. Non so come comportarmi e non so se la mia mente sta bene oppure no. Non capisco quale sia la soglia di normalità per una mente sana. Non so se sto bene o no.
- Non dovresti star lì a pensare alle soglie di normalità. Più che pensare, dovresti sentire. E se non riesci ad analizzare la situazione, è perché hai delegato ad altri il controllo della tua vita, anche della parte più intima.
Ti sei lasciato espropriare di te stesso, Alessandro. Ho cercato di fartelo capire, sapevo che era un errore tragico, ma ormai è fatta. Ora puoi solo conviverci... e per me non c'è più spazio, perché io rappresentavo la parte vera di te. No, non io in quanto Chiara: io in quanto te stesso, quel te stesso che sai. Ora non puoi che odiarmi per questo, perché ti ricordo quello che non è più, quello che tu stesso hai negato.
- Io non odio nessuno. Ma mi dà fastidio che tu voglia tirarmi dentro le cose solo per darmi delle lezioni di vita o per aiutarmi.
- Non confondermi con i "soliti adulti": è un insulto che non merito. Non ho mai voluto darti lezioni di vita, ma solo costruire qualcosa con te. Se non hai capito neppure questo, be', davvero è stato tutto inutile.
- Non ho voglia di fare quelle cose. Sono un malato di mente, ok? Compatisci il malato di mente.
- E smettila con questo ritornello del malato di mente: la mente non c'entra, è il tuo cuore che non sente più niente. Porta la tua mente a capirlo. Non fare discorsi da bambino: mesi fa, quando eri più bambino, non li facevi. Speravo che un giorno saremmo potuti essere tutti sereni e stare bene, volerci bene... ti avrei comunque voluto bene come a un figlio. Mi sono impegnata con tutte le mie forze perché fosse così. Ma vedo che sono sola, vi ho tutti contro.
Mi avete lasciata completamente sola, tutti. E io da sola non posso farcela.
Ora sei tu il padre e la madre di te stesso, ora tocca a te aiutare Alessandro a crescere.
Scusami per questa lunga serie di messaggi, ma è davvero dura per una madre, vera o immaginaria, tagliare il cordone ombelicale.
Sto soffrendo molto, Alessandro.
Se non fossi sicura di essere stata sempre in perfetta buona fede con te, ne morirei. Ma ne sono sicura.
Abbi cura di te.

domenica 10 febbraio 2013

Come il metadone per un drogato


13 ottobre 2007, ore 17,47

- ciao.
- ciao.
- vorrei parlare con te... di quello che è successo ieri. cercare di discuterne.
- non ti ho mai impedito di farlo.
- sei uscita da msn all'improvviso, ieri.
- quando vuoi comunichi anche in altro modo. non farmi dire ovvietà.
- è che prima voglio discutere con te, adesso.
- mi domando per quale motivo tu non l'abbia fatto per telefono, ad esempio. è per questo che ti dico: non dire ovvietà.
- sinceramente, ora, ho 48 centesimi nel telefono. Devo comprare la ricarica. avrei voluto telefonarti più che mandare un sms. ma ora sono qui, e vorrei parlarne in modo tranquillo, spero.
- mi sopravvaluti.
- cioè, dici che non possiamo parlarne in modo tranquillo?
- di cosa dovremmo parlare in modo tranquillo?
- di noi.
- non c'è nessun noi. ci sei tu e ci sono io. finché continuiamo a confondere le cose non si capirà mai niente.
- ok, non confondiamo allora. ma volevo dirti... cioè, tu mi hai detto "mi sento un accessorio", ed io ti voglio chiedere: ma cosa dovrei (potrei) fare di più? io davvero cerco di starti accanto, perché mi fa piacere, perché mi trovo bene con te...
- forse semplicemente volermi bene. ma questo non dipende da te.
- io ti voglio bene.
- no. questo è chiaro. ed è stato davvero imperdonabile, credimi, da parte tua, farmelo credere. cazzo, tu dici di parlarne in modo tranquillo, ma sono solo di un mese fa le tue parole, le risento ancora distintamente: "fidati", "io non sono come loro", e altre menate del genere. questo, Alessandro, sapendo tutto quello che c'era a monte nella mia vita, è assolutamente imperdonabile.
- ma COSA ho fatto che ti ha dimostrato il contrario? dimmelo. Cosa ho fatto? dimmi i fatti, per favore.
- non conta quello che fai, ma quello che sei e senti. credo che l'equivoco di fondo stia nell'avere pensato che tu possa capirmi e sentire come sento io.
- mi spieghi come puoi pretendere di sapere cosa sento io?
- tu non senti come sento io, questo è pacifico.
- ma in base a cosa dici questo?
- ora devo riprendermi: proprio nel senso letterale di ri-prendermi, riprendere me stessa.
- in base a cosa puoi dire queste cose? sei me per caso? sei dentro di me?
- in base a tutto quello che dici, fai, trasmetti. lasciami tempo: devo recuperare me stessa non so bene dove. e poi forse - e dico forse - potrò vederti per quello che sei.
- ieri ho detto che sarei uscito con amici, e tu hai cominciato a fare la delusa. Come se ti trascurassi per il fatto che esco una sera... ma cavoli, era solo un'uscita.
- non giochiamo a non capirci, Alessandro: davvero, non sei così superficiale come vuoi sembrare adesso. non ti conosco bene, questo è chiaro, ma so che è così.
- sei tu che ieri hai detto che io sono superficiale come tutti gli altri... ora non è che sono profondo da un giorno all'altro.
- ti credevo profondo in effetti. ma è stato un effetto momentaneo e passeggero.
- in base a cosa sono diventato uno stronzo?
- non ho detto uno stronzo: non mettermi in bocca cose che non ho detto.
- ok, superficiale. in base a cosa sono diventato superficiale? anzi, lo sono sempre stato, a questo punto. in base a cosa? in base a cosa avrei dovuto ingannarti?
- più che superficiale, Alessandro.
- io non inganno proprio nessuno.
- lo sai meglio di me: sei uno che non lascia scendere in profondità i sentimenti, e questo da sempre. diciamo che, per un brevissimo lasso di tempo, quella barriera è stata un po' scossa, ma non abbattuta di certo. Questo ti differenzia in modo drammatico da me. ti rende proprio incompatibile.
- io non capisco...
- strano.
- io non è che prima fingevo ed ora mi sono stufato di fingere. io non ho MAI finto con te. ecco tutto.
- sì, è quello che ho detto infatti: per un breve periodo effettivamente la barriera della tua apatia è stata scossa. non fingevi, lo so.
- non ho mai finto con te. nemmeno ora.
- infatti non fingi: sei tornato com'eri.
- ma cavoli, perché devi dire così? se non me ne fregasse niente sarei già scappato, non mi sarei più fatto sentire, niente, né su internet né altrove.
- non ti sei fatto sentire infatti, da ieri sera.
- perché ero arrabbiato.
- non sto dicendo che non te ne frega proprio niente, Alessandro. in fondo mi conosci da un bel po'. c'era un rapporto anche prima.
- nemmeno tu ti sei fatta sentire. cos'è? Sono sempre io quello dalla parte del torto? cavoli...
- Alessandro, io mi sono limitata a stare male per i cazzi miei.
- non metti mai da parte l'orgoglio, tu.
- non è orgoglio: è volontà ferma e precisa di rispettare le scelte altrui.
- e io invece, scusa? perché mi dici "eh non ti sei fatto sentire in effetti..." beh nemmeno tu. nessuna scelta da parte mia. io speravo che magari mi scrivessi per prima tu, che ne so... che magari potevamo parlarne...
- io rispetto le scelte degli altri.
- e io no? solo tu rispetti, ok.
- Le rispetto anche quando questo mi fa star male.
- ma solo tu rispetti e solo tu stai male?
- non so che dirti.
- secondo me dovresti magari mettere in dubbio un pochino il fatto che tu possa sapere o no come è una tale persona fino in fondo. ecco tutto.
- ma certo. infatti l'errore è stato quello di pensare di conoscerti. ora mi è chiaro che non è così, e devo riformattare tutto.
- io intendevo dire che tu ora dici che non ti voglio bene in base a quello che senti tu. cioè, ma io cosa ci sono a fare? sembra che tanto le conclusioni te le tiri da sola.
- no, calma: in base a quello che mi trasmetti tu, non in base a quello che sento io.
- ma guarda che io... cioè, a me fa piacere sentirti, raccontarti cose, e ascoltare le tue, cosa hai fatto... trovarsi e mangiare on-line, o dormire mentre correggi i compiti... e poi mi risvegli.
- benissimo; ma questo non c'entra gran che col voler bene.
- ma tu come puoi dire che io non ti voglio bene? io di fatto, ti voglio bene.
- abbiamo un concetto diverso del voler bene. e purtroppo avere a che fare con te personalmente mi ha confuso le idee, perché tu di persona trasmetti tutt'altro. Mi sento molto spesso in sintonia, vera sintonia, e invece non è così.
- ma l'Alessandro che c'è di persona, e quello on-line, sono la stessa persona.
- sono diversi. o forse non sono diversi, ma di persona mi confondi le idee.
- ma guarda che io non sono davvero in grado di fingere, men che meno di persona. proprio non ci riesco. sono me stesso: quando non so cosa dire non dico niente, non cerco di parlare a vanvera.
- non dico mica che di persona fingi: dico che sento cose che probabilmente non ci sono, sono nella mia testa.
- Chiara, ma quello che tu vedi in me c'è davvero. cioè... non sono nella tua testa. altrimenti potresti trovare quelle cose anche in un'altra persona qualsiasi. e se è così, cazzo, allora avevo ragione io. ma alla fine ero convinto che non fosse così.
- non le trovo in un'altra persona qualsiasi. Non le trovo in nessun altro.
- ok. quindi, tenendo conto che io non sono un attore, magari c'è una minima possibilità che io sia un po' davvero così, no?
- forse un po'. ma è indispensabile per la mia salute che io non ci pensi più. mi sto autodistruggendo, e in questo modo a cosa servo? io dovrei fare qualcosa per chi mi circonda: non posso proprio permettermi di essere un peso inerte.
- ok Chiara. l'ho capito. io voglio contribuire a darti un equilibrio, ecco.
- ma non ci puoi riuscire, Alessandro. davvero, ti ringrazio, ma non ci puoi riuscire.
- perché?
- perché sei la principale causa del mio squilibrio!
- ma io sono solo me stesso: non ho secondi fini, non voglio distruggerti.
- non è che, siccome non lo vuoi, mi fai meno male.
- ok, ma quando ad esempio ti faccio compagnia se correggi i compiti, o parliamo tranquillamente, quelle cose non contribuiscono a farti stare un po' meglio? un pochino dico.
- come il metadone per un drogato.
- ma scusa eh, mi stai dicendo che devo andarene e non farmi più sentire?
- ti sto dicendo che il giorno in cui mi sentirò una tranquilla pseudo-mammina, nei tuoi confronti, potrai essere, dire e fare quello che vuoi. questo ti sto dicendo.
- ed è una cosa negativa o positiva, quella di poterti sentire una pseudo-mammina per me? cioè, non è quello che davvero vuoi.
- sarebbe positiva, se io ci riuscissi. lo sarebbe molto.
- è quello che sai che dovrebbe essere. ecco perché mi sta piacendo tanto seguire filosofia morale... è come essere accuditi dalla materia in questioni che ti rodono ogni giorno... ma vabbè. comunque, Chiara, ora davvero non so più cosa dire o fare, ed ho timore di fare più casino di prima.
- Alessandro, scusa un po', ma secondo te ci sono rapporti come tra madre e figlio fra di noi? no, dimmi tu. questo non è difficile.
- il fatto è che quando ad esempio facevo sesso con te, non ti consideravo di certo come una madre.
- ecco, vedi. allora mi spieghi per quale motivo io dovrei sentirti come mio figlio?
- perché tu concepisci l'amore per un figlio fino all'estremo.
- ah no, ti sbagli: non fino a quel punto! sarei una malata di mente.
- e allora dimmelo tu.
- io, Alessandro, ora non ti sento affatto come un figlio, appunto perché c'è di mezzo tutt'altro. la cosa è perfettamente reciproca: tu non mi sentivi come madre, e quindi io non ti sentivo come figlio.
- in certi momenti ti sentivo come madre...
- In quei momenti?
- ma non quando facevamo sesso.
- eh già, appunto.
- eh, ma è una cosa normale, no? altrimenti anche io sarei malato.
- no cazzo, non è normale per niente che abbiamo fatto sesso.
- e perché?
- Oltre a non essere normale, ci ha gettati in una confusione totale. soprattutto me, devo dire.
- se non è normale che noi due abbiamo fatto sesso, perché ci sentivamo di farlo?
- dimmelo tu, Alessandro.
- per me è stato normale averlo fatto. quindi sei tu che me lo devi dire.
- si fa sesso o perché se ne ha voglia, come degli animali, o per amore. sono i due unici moventi. non ce ne sono altri.
- ok, e tu mi sentivi come un animale durante il sesso?
- no, di solito no.
- eh ma allora come faccio a fare sesso in quel modo se non ti voglio bene? come faccio a trasmettetti un po' di amore se non ti voglio bene? avrei dovuto trasmetterti cose da animale se pensi che non ti voglia bene.
- è proprio questo il guaio, Alessandro. mi hai trasmesso cose molto belle, e adesso devo dimenticarle. ho bisogno di tempo, tanto tempo, e di molto esercizio.
- ok, ma rispondi alla mia domanda, ti prego.
- forse allora me ne volevi. forse mi volevi bene. ma che cazzo cambia?
- cambia tutto, perché anche ora ti voglio bene.
- stiamo impazzendo entrambi. io decisamente più di te. e questo voler bene è malato.
- siamo malati?
- io sì. tu forse di meno. e sei giovane e maschio, e quindi hai molte più possibilità di guarire in fretta.
- ma sai cosa? è che a me non frega proprio un cazzo se una persona è malata o no. io la vedo per come è, e se le voglio bene... cioè... il voler bene non è forse l'unica cosa che conta davvero?
- voler bene, Alessandro, significa letteralmente: "volere IL bene" dell'altro, e ovviamente anche il proprio, che devono finire per coincidere. Ora, io mi rendo conto di essere lontanissima da questo, ed è anche per questo che sto lontana da te, come oggi. non è positivo per te avere a che fare con una persona malata, e io faccio molta, molta fatica a vivere anche solo la mia quotidianità, e mi odio per questo. oggi mi sono odiata tutto il giorno per il mio star male.
- ma guarda che io lo capisco benissimo. è forse l'unica cosa che davvero capisco fino in fondo, cazzo. ho capito cosa vuoi dire, lo so, lo so stra-bene cosa significhi: ma tu NON sei malata: sei alla ricerca di affetto come tutti gli altri, è solo che in più hai qualche brutto episodio alle spalle. ma questo non significa che sei malata.
- ma ne ho, ne ho di affetto: basta che io mi guardi intorno e impari a darne. e invece oggi facevo fatica perfino a sopportare la Lupina, povera bestia. che persona schifosa che sono.
- ma no, dai... è che eri particolarmente giù di morale, cacchio, è per quello.
- e tutto il resto? perché non so vivere per quello? non conta niente? che cazzo di egoista sono?
- aspetta, non ho capito.
- dico che se non so vivere delle cose che ho, ed essere felice di quelle (cosa che considero un dovere), faccio proprio schifo.
- assolutamente no: come te in tantissimi si sentono così. sentono che sia un dovere presentarsi a fare le cose quotidiane: cene, pranzi, cazzate varie, burocrazie familiari.
- non dico le cazzate, dico le PERSONE. e anche gli animali. gli affetti in genere.
- ma le persone cosa stanno facendo per te, ora? dico anche solo un gesto stupido, semplice.
- moltissimo, a cominciare dal fatto di esistere.
- cazzate. la mia famiglia esiste, ma mica me la sono scelta. è tutta una casualità. loro sono felici se IO esisto. se ESISTO, punto. se ci sono.
- Infatti è molto importante.
- son cazzate... potrebbe venire un robot simile a me, umanoide, e non se ne accorgerebbero. perché tanto non mi conoscono. sono solo quello che si siede a tavola a pranzo e a cena.
- devi cercare di amarli anche così, a meno che non ti facciano del male. ora, Alessandro, credo proprio di dover andare a dare una mano a Francesco con le bestie, perché lo lascio sempre solo a fare queste cose. e credimi, questo non è rispetto, e non è affetto. mentre tutti meritano affetto, e specialmente chi ci sta vicino.
- allora vai ad aiutarlo e stagli accanto: lo capisco. ma tu NON puoi essere quello che gli altri vogliono che tu sia, un giocattolo rotto da aggiustare in modo che li diverta. ma ok, lo capisco.
- questo lo so, Alessandro.
- bisogna avere rispetto, l'ho capito. è giusto che tu ora vada ad aiutare Francesco, lo so, lo capisco. il fatto è che ci sono delle cose stratificate sotto la cazzo di quotidianità, sotto la "normalità", che quando ti accorgi per un secondo di percepirle vorresti morire all'istante.
- sì, lo so. lo so bene.
- ma questo forse è un altro discorso. e comunque non sarebbe giusto morire. lo so che tu lo sai, tu lo sai benissimo, almeno quanto me; questa è la cosa che davvero ci lega, l'ho sempre saputo: il vedere quell'"altro" stratificato nelle apparenti cavolate, vedere l'abisso nella cazzata quotidiana. comunque non sarebbe giusto morire: sarebbe da vigliacchi. preferisco stare qui fino alla fine, e vedere di cavarne fuori qualcosa, fino a quando ce la posso fare.
- sono d'accordo con te.
- distraendomi un po' però, altrimenti ventiquattro ore al giorno non ce la farei. ora devi andare, altrimenti finisce tutto lui, no?
- sì. a me comunque fa piacere se mi scrivi dei messaggi ogni tanto, perché almeno non mi preoccupo. Anche solo la storia di Topodoro...
- ok. a me fa piacere scrivere la favole che finiscono male.
- Almeno l'ansia vorrei evitarmela: l'ansia mi distrugge letteralmente.
- lo so. io oggi ero lì lì per scriverti un sms dopo la partita (che abbiamo perso 4-0)...
- ma non l'hai fatto.
- non l'ho fatto perché non sapevo cosa dire, in quel poco spazio. appena sono tornato ti ho contattato, o ti avrei scritto un mp con più spazio.
- per esempio potevi scrivere "ciao".
- è che non sapevo proprio che senso dare a quel "ciao", visto che ieri avevamo discusso ed era finita male.
- Il senso di farmi sapere che c'eri e che stavi bene. punto.
- te l'ho detto: ero un po' arrabbiato. ho pensato, cercato di capire.
- Ora vado, sento Francesco in cucina.
- ok. allora ci sentiamo.
- sì, scrivimi se ne hai voglia. e scrivi magari sul forum, se ti va, giusto perché non ci diano per morti o dispersi in strana concomitanza.
- Sì sì. Ogni tanto cerco di creare una discussione, ma nessuno le caga... dai, ci provo ancora.
- va bene. buona serata.
- anche a te. ciau Dafne.
- ciao, topodoro.

Innocenza

5 ottobre 2007

"Chiaraaaaa..."
Pronunciava male il mio nome, mangiandosi un po' la erre e strascicando la a finale, con una buffa cantilena.
Lo ripeteva più volte, senza aggiungere altro.
Non ho mai capito cosa intendesse dire.
Di solito, quando diceva così, la sua fronte si corrugava e lui si rifugiava con la testa sul mio petto o sul mio ventre, cullandosi e cullandomi a lungo.
Non ho mai provato una simile dolcezza in tutta la mia vita.

Quello che non posso perdonarmi è di avere distrutto quell'innocenza. C'era in lui il candore perfetto di un bambino di due anni, la luce che gli brillava negli occhi era la stessa. Se non fosse stato così non sarebbe accaduto nulla, io sono stata accecata da quella luce.
Ora, non so perché, è di nuovo qui, penso non per molto, e lo tengo fra le braccia. Assecondo i suoi desideri.
Mi guarda fisso negli occhi prima e durante. Mi accorgo che il suo leggero strabismo è incredibilmente sensuale, lo assecondo, affascinata. Lo seguo in questo suo nuovo percorso, lo guardo crescere.
Ma c'è un infinito dolore al di sotto, perché questi occhi hanno perso quella luce ed è colpa mia, non so come. Io sono piena di colpe, mio Dio, l'unica cosa che posso fare è non pensarci, non pensare affatto. Mi sono dissociata anch'io da me stessa, che altro potevo fare?
Guardo questa me stessa che lo guarda fisso negli occhi, la vedo compiere gesti strani, sempre i soliti ma così strani, lui chi è?
Dov'è finito il mio bambino?
Il dolore è forte e lui è lontano anche quando si lascia andare su di me soffocando tutti i segni del piacere. Non vuole condividerli con me, anche questo è nuovo.
Però è qui, gli assomiglia un po', ha il suo stesso odore, e quindi per adesso lo terrò fra le braccia.

Fra poco partirà e siamo in macchina. E' buio. Si stringe a me.
Sono strani i suoi baci: inizia il bacio a fior di labbra e lo sospende, si tira indietro, resta fermo in attesa. Inseguo le sue labbra, si tira ancora indietro. Arretro anch'io, non capisco, lui mi cerca di nuovo ma subito interrompe il bacio.
Non so cosa pensare, perciò non penso.
Non so cosa sta succedendo, nulla di buono immagino, ma voglio dargli ancora qualcosa, voglio lasciargli qualcosa. Oppone resistenza, gli chiedo se vuole smettere. Scuote la testa ad occhi chiusi. Compie un gesto improvviso, tipicamente maschile. Sento un dolore profondo. Non posso essere diventata questo per lui. Gli dico di no. Sto male.
Sto fingendo anch'io: non c'è più sincerità fra di noi, l'innocenza è svanita. Ma se non c'è altro va bene così, va bene anche così, per quel poco che resta.
Sento che la sua pelle scotta, ha qualche linea di febbre. Bacio la sua guancia caldissima e prima ancora di rendermene conto sento che lo chiamo amore. Ho sempre saputo che avrei potuto chiamare così solo un figlio. Mi mordo la lingua, ma è troppo tardi.
Avevo giurato a me stessa di non farlo, non l'ho mai fatto nemmeno prima, farlo adesso che senso ha. Ma ormai l'ho detto, so che lui l'ha sentito, anche se non reagisce in nessun modo. Però si abbandona, reprime ancora le sue sensazioni ma lo sento tremare tutto convulsamente.
Il dolore è forte, non so chi è ma gli assomiglia un po'. Lo tengo con me finché vorrà restare.

"Chiaraaaaa..."
Mi volto.
Lui è ancora lì, seduto sul ciglio erboso della strada, e mi tende la mano sorridendo. Mi appoggia la testa sulla spalla e mugugna al mio orecchio il tipico suono dei cuccioli appena nati.

Io spero che, se c'è un Dio, mi perdoni.

Io non te lo permetto

12 ottobre 2007, ore 20,59

- Topo, vado a cena, che è tardissimo. Già sono arrivata da scuola alle sette passate. Ma dove sei?
- Okkk, Daaaaafneeee.
- Manco mi ascolti più.
- Poi io esco a bere qualcosa con amici, perché finalmente è venerdì! No, è che mi ero perso in Flickr.
- So bene che esci: appunto per questo ti saluto.
- Ok ok Dafne, allora ci sentiamo.
- ...
- Che c'è?
- C'è che mi sento un accessorio. E in effetti lo sono.
- Ho solo detto che esco con amici.
- Dico in generale.
- E io ti dico quello che riguarda me; ovvero: ti ho solo detto che esco. Poi sento anche te su internet, mi sembra.
- Non è che sei obbligato, eh.
- Non mi sento obbligato. Ma vedo che di fatto non ti va bene... cioè, lo so che non sono lì, ma cerco di essere presente. Però boh, non basta.
- Ma non è obbligatorio: un conto è se lo desideri o ne senti il bisogno, un conto è se lo fai perché credi che sia bene così. Te ne ringrazio, ma la cosa non m'interessa.
Scusa, posso avere una risposta? Così stacco.
- (Ci sono le mie cuginette a rompere... aspetta). Cacciate via. Dicevo: non mi sento obbligato, ma mi sento come se non servisse a nulla, perché poi tu te ne esci dicendo queste cose, cioè che ti senti un accessorio, quando io ho detto solo che esco un po'.
- Non sto parlando dell'uscire: sei sempre uscito, la sera.
- E poi sei tu quella che dice che io dovrei trovare una della mia età per cambiare il nostro rapporto in qualcosa di possibile.
- Ok: quindi vuoi farlo?
- Sto dicendo che io e te di fatto non possiamo stare insieme. Non è quello che abbiamo sempre saputo? E non abbiamo sempre detto che dobbiamo cambiare il nostro rapporto, etc. etc.?
- Non mi sembrava che fino all'ultima volta che ci siamo visti tu ne tenessi un gran conto, o sbaglio?
- È vero che non ne ho tenuto conto, e neanche tu l'hai fatto.
- Ad ogni modo ok, ho capito: certo, se non esci, non puoi trovare una della tua età etc.etc. Solo, la prossima volta che ci vediamo, se ci vediamo, evita.
- Solo io?
- No, anch'io. Ma mi pare che il discorso sia superato ormai. Vedi perciò che non mi sbagliavo.
- Su cosa? Sentiamo.
- Sul nostro rapporto, è ovvio.
- E cosa pensi, dimmi: sono stupido.
- Che ovviamente è finito, ammesso che sia mai incominciato.
- Ma allora: ho detto che dobbiamo cambiare il nostro rapporto, giusto? Renderlo qualcosa di possibile. Non era questo quello che dovevamo cercare di fare?
- Alessandro, i sentimenti non si cambiano, se ci sono. Ma non ci sono, purtroppo o per fortuna.
- Ma tu che ne sai, scusa?
- Credo che tu debba ancora scandagliare qualcosa dentro di te.
- Io non ce la faccio più ad impazzire pensando che non posso stare con te.
- Basta! Non voglio più sentir parlare di queste cazzate. Non ne posso più.
- Fanculo cazzo, mi sono rotto di sentire le tue sentenze. E poi non mi ascolti mai una cazzo di volta!
- Io invece ci sto bene, no? E sono in una posizione più facile, soprattutto.
- Vabbè, grazie: fammelo pesare, che tanto sono uno stronzo, quindi... Non me ne frega niente di nessuno.
- Devo stare zitta? Ok, sto zitta, benissimo. Cretina io che ti ho creduto.
- Ma cosa dovrei fare? Lo so che sei in una posizione più scomoda.
- "Devi dirmi tutto" etc. etc. Cazzo, ma era proprio necessario che ti e mi mettessi in testa delle assurdità? Non potevi continuare ad essere com'eri, che andavi benissimo?
- Eh?
- Visto che tanto, ovviamente, finirai per essere come gli altri.
- Un'altra sentenza.
- Farai finta di rassegnarti alla Lorella di turno, e in realtà era poi quello che volevi, solo che ti piace sentirti diverso, problematico.
- Ma che cazzo ne sai tu?
- Insomma, comunque sia, lasciami almeno il ricordo: perciò zitto, per favore, taci!
- Cosa cazzo ne sai di quello che sento? Se sto male o no?
- Smettila.
- Vaffanculo va', taci tu.
- Stai veramente rovinando tutto, ma tutto tutto cazzo.
- Sì dai, solo tu puoi parlare.
- No guarda, questo proprio non te lo lascerò fare: l'ho fatto troppe volte nella vita, e a te non lo permetterò.
- Ok, parla da sola allora, va bene?
- Cercherò di dimenticare che ci sei e di ricordare che ci sei stato per un momento, breve ma molto bello. E cazzo, non voglio perdere almeno il ricordo di quel momento! Non lo rovinerai, io non te lo permetto!
Addio.

sabato 9 febbraio 2013

Continuando a farsi male


15 ottobre 2007, ore 23,07
-  Sembro un indiano, ho il puntino in fronte.
-  Cos'è?
-  Un brufolo.
-  Mettici la crema o il dentifricio, te l'ho detto.
-  Dopo magari la metto. Tanto chissene, alla fine.
-  Già.
-  Oh ma io nei rapporti umani faccio schifo ogni giorno di più, lo vedo.
-  Ma perché diavolo dici cose del genere?
-  A lezione, quando c'è effettivamente la lezione, me ne frego e la lezione mi "accudisce" in un certo senso; poi c'è l'intervallo e io (come tanti altri, ma comunque la minoranza) me ne sto al mio posto a fare un cazzo.
-  E allora?
-  Non conosco nessuno e i pochi che ho conosciuto, poi, quando li vedo... dico poco, parlo poco, mi imbarazzo, non so cosa dire; ma dipende.
-  Vabbè, ma si sa che sei timido di tuo, e poi non sempre; appunto tu stesso dici "dipende", no?
-  Sì, ma ad esempio c'era una tizia che fa un corso con me... è simpatica. Quando un giorno sono andato fino alla metro con lei dall'uni dopo la lezione io parlavo stranamente quasi come se la conoscessi, ma poi gli altri giorni, quando c'era anche altra gente, ho fatto solo figure del cazzo da asociale, non so perché.
-  Forse perché riesci a coltivare i rapporti solo con una persona per volta.
-  No, intendo anche se c'era lei e poi una sua amica per dire, io non riuscivo più a dire niente, dicevo giusto qualcosina.
-  Perché non eravate soli appunto.
-  Vabbè, ma 'sta tizia mica la conosco.
-  No, ma evidentemente t'interessa.
-  Non la conosco.
-  Ma la conoscerai.
-  Comunque. Vivere che senso ha?
-  Fermati un attimo: in sintesi, è questo che volevi dirmi?
-  In che senso?
-  Di questa ragazza.
-  No. È venuto fuori durante il discorso che praticamente io non conosco gente e non riesco a conoscerla.
-  Sarebbe una spiegazione più che plausibile di un sacco di cose.
-  'Sta ragazza l'avrò vista tre-quattro volte.
-  Questo non conta niente, lo sai.
-  Sì che conta, magari non è interessante.
-  Ma su, non fare lo scemo. Vedi che avevo ragione? Ieri ti sei incazzato per nulla e mi hai anche mandata affanculo...
-  Ma che stai a di'?
-  Ti conosco più di quanto tu non creda e forse più di quanto non ti conosca tu, e da un bel po' di tempo, Alex.
-  E quindi?
-  E quindi, se sento che sei cambiato, è perché lo sei, semplicemente.
-  Ma lo sentivi prima che io andassi all'uni, quindi la tizia non c'entra una mazza.
-  Adesso di più.
-  Sì vabbè grazie, facile dirlo ora.
-  No, è così. Ad ogni modo la cosa che conta ora è che sei in crisi per questo, e particolarmente con me, ovviamente.
-  Ma lo capisci che 'sta tizia non la conosco?
-  Allora: non fare finta di non capire, perché è facile. Non la conosci ma vuoi conoscerla, perché ti piace; e questa è l'unica cosa che conta, non il fatto di conoscerla o meno.
-  No ma il fatto è che non è figa, cioè…
-  A maggior ragione.
-  Ma sei tu quella che dice che io finirò con una figona come tante facendo finta di non volerlo.
-  Ma no... e adesso non c'entra.
-  Sì invece.
-  Non cambiare argomento, dai, ho poco tempo e non voglio sprecarlo girando intorno alle cose. La tua demotivazione nei miei confronti è stata improvvisa e totale: era impossibile anche per uno stupido non accorgersene, e io non sono poi così stupida ovviamente.
-  Improvvisa e totale... ahahaa.
- Dopo tutto quello che c'è stato fra noi, questa cosa ti ha spiazzato e disturbato profondamente, com'è ovvio, e quindi l'hai negata. Questo si chiama mentire a se stessi, ed è un meccanismo di autodifesa.
-  E due settimane fa cosa negavo?
-  Cosa negavi in che senso?
-  Due settimane fa la situazione era esattamente come è adesso: tu dicevi che io non ti voglio bene, che non me ne frega un cazzo.
-  No, due settimane fa non lo dicevo.
-  Cazzo dai, che bugiarda.
-  Ma ti pare che avrei fatto quello che ho fatto, se l'avessi pensato?
-  Me lo dicevi on line già da tanto.
-  Ma è da dopo di allora che sei cambiato, e di colpo; sì certo, che i tuoi sentimenti non fossero così profondi lo sentivo anche prima, ma era diverso.
-  Anche quando abbiamo fatto sesso lo sentivi.
-  Lo affermi o lo chiedi?
-  Lo chiedo.
-  Sì, anche allora.
-  Complimenti.
-  Cosa cambia fare sesso, scusa? Se i sentimenti non ci sono, o non sono profondi, con o senza sesso non cambia niente.
-  È che tu dicevi che in quel momento, stranamente, sentivi che c'erano; invece ora è cambiato tutto.
-  A volte sì, lo sentivo.
-  Mi fai ridere.
-  No no, lo confermo: a volte c'erano, mica te lo nego questo.
-  Ma hai ragione, in fondo io non sono in grado di provare sentimenti, lo sapevo prima ed ora ho la conferma.
-  Non lo so. Non è detto che se non ci sei riuscito con me tu non ci riesca con altre.
-  Il fatto è che non mi interessa più niente, è tutto inutile... tu che mi vieni a dire queste cose, poi... guarda, lasciamo perdere.
-  Che dovrei dirti? Non sono mica arrabbiata, lo vedi. Cerco di esserti vicina come posso, anche se non serve a molto.
-  Lasciamo stare.
-  Tutto questo non esclude il voler bene... cioè, può darsi che tu me ne voglia lo stesso un po'. C'è modo e modo di voler bene.
-  Non cercare di darmi contentini. Se fino a ieri dicevi che non ti voglio bene...
-  Veramente li sto dando a me stessa, se mai. Mi illudo che tu possa volermi il bene che si può volere a una zia o qualcosa di simile. Perciò non è a te che cerco di darli.
-  Io sto benissimo.
-  Meglio. In realtà io dovrei desiderare proprio solo questo.
-  Ero sarcastico. Io credo sempre di più che la vita in sé non abbia senso manco con tutti gli interessi del mondo, manco con tutto quello che vuoi.
-  Solo perché t'interessa una ragazza, Alex? Diamine, che conclusioni affrettate.
-  Ma che c'entra scusa? Non c'entra proprio un cazzo, è la vita che non va.
-  La vita è la stessa di tre settimane fa, solo che tre settimane fa tu non eri in crisi con te stesso; e adesso tutto quello che sai fare è prendertela con la vita. E con me, già che ci sei.
-  Sono constantemente in crisi.
-  Ma ora lo sei anche con me: e questo fa la differenza.
-  Con te no, ma tu mi mandi via. Io ho solo detto che ho incontrato una ragazza e tu hai fatto il resto.
-  Se tu me l'hai detto è perché c'era uno scopo; cioè: tu hai gettato il sasso proprio perché sapevi che io l'avrei raccolto. Quello che non hai la voglia o il coraggio di capire da solo, come spesso, lasci che sia io a capirlo per te.
-  Fai come credi.
-  Ti prego, puoi smettere di assumere atteggiamenti infantili? Non sono così forte come credi e non posso farcela a tirare la corda più di tanto.
-  Cosa dovrei dirti?
-  Cosa dovresti capire, se mai. Tu non ti ascolti, ci sono troppe interferenze che disturbano la comunicazione con te stesso, ma io ti ascolto invece: non nel senso che ascolto le tue parole, ma ascolto te. E quando t'incazzi con me perché dici che non ti ascolto, non capisci che invece ti sto ascoltando di più. Perciò non essere ingiusto e non dire che io ti mando via, perché lo sai che non è vero - così ti fai male, disinfettati - , e non essere triste, che tanto non serve.
-  Non sono triste. Basta, io ero e sono insensibile, come già supponevo, quindi amen.
-  Non ho mai detto che tu sia insensibile: ti ho detto che spero tu possa volermi un po' di bene, quindi non ti considero insensibile.
-  Non importa.
-  A te non importa, ma a me sì.
-  A nessuno importa, e nemmeno a me.
-  A me sì, ti dico. Non t'importa che a me importi?
-  Io non so più niente, sono solo un presuntuoso del cazzo che in realtà non è buono a fare niente oltre che sparare sentenze.
-  Fammi capire, ti prego, se questo lo dici sul serio o è sarcasmo.
-  È vero che sono un presuntuoso: presumo di dire cose a cazzo. Ed è vero che non so fare niente, non avrò mai un lavoro che mi piaccia né qualcuno né tutto quello che la gente vuole né la cazzo di casa e manco la prigione del mutuo.
-  Queste ultime cose non t'interessano, perciò lasciale fuori. Ma perché dici che presumi di dire cose a cazzo? Intendi quello che hai detto a me?
-  Intendo le cose sui soldi, sugli ideali: sono un ipocrita di merda. Quello che ho detto su di te è tutto vero anche ora, ma tanto che senso ha? Io non posso stare con te né con nessuno, e allora a posto così.
-  Ma non dire cazzate: perché non puoi stare con nessuno? Anzi nessuna, spero.
-  La mia felicità non si deve basare su un'altra persona, ecco tutto; e la mia vita in sé non ha senso, è inutile.
-  Il senso lo stai cercando: studi per questo. E un'altra persona non ti dà il senso, ma ti aiuta a trovarlo.
-  Non mi interessa di trovare un'altra persona e il senso nessuno mai l'ha trovato, io men che meno.
-  Ma non è vero, con me stavi meglio. Ti aiutava stare con me.
-  Io non posso stare con te. Fine del discorso, non parliamone più.
-  Non puoi starci come fidanzato.
-  Basta, sono malato, o tutti sono malati e io no; statisticamente la prima è quella più plausibile.
-  Non sei malato: stai semplicemente male. C'è differenza.
-  Non sto male.
-  No?
-  Tanto tutti dobbiamo morire, che senso ha dispiacersi? Uno muore prima, l'altro muore dopo.
-  Eh lo so, ma c'è del tempo in mezzo.
-  Tu stessa vuoi morire.
-  Voglio? Più che altro devo, come tutti.
-  Non vuoi per puro istinto di sopravvivenza, ma "vuoi". Solo che vabbè. Diciamoci che va bene così, che le disgrazie sono altre, sono finire sulla sedia a rotelle o vivere in Africa.
-  Sì, infatti è così. Credimi, non c'è niente di tragico nella tua condizione.
-  Adesso semplicemente non mi interessa. Ho tolto la spina, basta, mi tiro fuori.
-  Alessandro...
-  Andiamo a dormire.
-  Ora devo andare a correggere compiti, altro che dormire.
-  Correggili e non perdere tempo con me.
-  Non lo considero perso, ma proprio vorrei capire perché hai assunto questo atteggiamento con me.
-  Quale atteggiamento?
-  Demenziale.
-  Chiara, devi correggere i compiti. Comincia a farlo, io sono qui a farti compagnia.
-  Alessandro, ti ringrazio, però vedi, io in questo momento mi sento fuori luogo; mi sento proprio un po' la tua malattia.
-  Sono sempre stato male fin da piccolo.
-  Mi sento come un grosso ragno da schiacciare... Tu non puoi finire in crisi solo perché pensi che una ragazza t'interessi, perché questo significa...
-  Ma che cazzo dici? Tu non hai capito una minchia.
-  ...significa che anteponi la malattia (cioè me) alla salute. Per quanto io possa starci male, so bene, come ho sempre saputo, che la cosa più importante sei tu e il tuo star bene. Appurato che io non sono il tuo star bene, ma l'esatto contrario...
-  Ma io non ti amo, giusto? Quindi che senso ha. Tu non c'entri, tutto il resto c'è sempre stato, la visione della vita come farsi una famiglia etc. a me non interessa, non voglio figli.
-  Appurato che ami essere malato e che io non ti aiuto a guarire, ti chiedo, per favore, di eliminarmi dalla tua vita.
-  Con te sto sicuramente meglio. Senza di te non ho nessuno con cui condividere certe cose.
-  Solo perché non lo cerchi; e se per caso lo trovi, o pensi di poterlo trovare, corri a rifugiarti nella tua malattia.
-  Ma quale malattia?????????????
-  Io la riassumo perfettamente.
-  Chiara, devi correggere i compiti.
-  Sì, e andare a stampare gli appunti per domani, e credimi, non ho la forza di pensarci; ma la troverò.
-  Cosa devo dirti?
-  Niente, credo; penso che tu debba andare a dormire.
-  Ok.
-  E pensare che nonostante tutto ti sono accanto come avrei dovuto esserlo sempre, se solo fossi stata un po' più lucida.
-  Ma io voglio ancora fare l'amore con te.
-  Farlo ci ha portati qui: stai bene?
-  Sì.
-  Non mentire.
-  Il discorso è: con te sto bene, ma non posso stare con te. Fine.
-  Il discorso è che fare l'amore non ci fa bene.
-  Ma è importante.
-  Lo è stato per capire alcune cose senza dubbio, e altre avremmo ancora potuto capirne, questo lo so; ma l'essenziale l'abbiamo capito.
-  Quali cose hai capito?
-  Che è così che si dovrebbe fare l'amore.
-  Ma tu dici che io non ti amo e non l'ho mai fatto. Allora non era amore.
-  Ma è stato come se lo fosse.
-  Cazzata: o lo è o non lo è.
-  Quando pure lo fosse stato, Alessandro, ci fa male, adesso.
-  Lo so ma vorrei farlo, adesso.
-  Il guaio è che vorremmo farlo sempre. Sarebbe un rapporto inconcludente il nostro.
-  No.  Mica facevamo solo quello.
-  Finiremmo per fare solo o principalmente quello.
-  No.
-  E comunque funziona come la droga: fa male, punto.
-  No.
-  Vai a nanna ora? Sei stravolto, stanchissimo.
-  No, vorrei farlo con te.
-  Ma c'è uno schermo di mezzo.
-  Lo so ma voglio.
-  Dai, ti prego, non posso nemmeno dirti che andiamo a dormire insieme perché devo fare altro, ma vacci almeno tu.
-  A che ora ti alzi domani?
-  Alle otto.
-  Dai, comincia a correggere.
-  Ma devo andare nell'altra stanza, è lì la stampante.
-  Ah ok...
-  Nanna, topone.
-  Ok, ma mi è rimasta la voglia e non dormirò.
-  Si assopirà anche lei.
-  La asseconderò.
-  Fallo, così almeno poi dormi. Buona notte.
-  Notte.